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Contenuti

 

 1.  Descrizione della Striscia di Gaza

 2. Cosa significa “Occupazione”?

 3.  Insediamenti ed Apartheid nei Territori Palestinesi Occupati

 4.  Uccisioni

 5. Assedi e chiusure dei territori

 6. Crimini contro le abitazioni e l’agricoltura

 7. Prigionieri e tortura

 8. Violazioni del diritto al ricevimento di cure mediche

 9.  Diritti umani e l’Autorità Nazionale Palestinese

 10. Diritto Umanitario Internazionale: l’unica via possibile

 

 

[Aggiornato all’12/03/2003]

 

 

 

 

 

1. Descrizione della Striscia di Gaza

 

·        Fino al 1948, la Striscia di Gaza era parte del mandato britannico sulla Palestina. Nel 1967, quando Israele la occupò, era invece parte dell’Egitto. Sebbene la Striscia di Gaza sia sotto l’occupazione israeliana, non è considerata parte d’Israele, né dal governo israeliano né da altre nazioni.

La Striscia ha approssimativamente un’area di 360 Km quadrati. Confina a sud con l’Egitto (un confine lungo 11 Km), e ad ovest con Israele (51 Km). I confini di terra e i suoi 40 Km di costa sono sotto il controllo israeliano. A differenza della Cisgiordania, la Striscia di Gaza è interamente circondata da una cinta di sicurezza controllata dall’esercito israeliano.

 

·        Quasi un milione e 200 mila palestinesi vivono nella Striscia di Gaza, facendone uno dei posti più densamente popolati della terra. Con gli accordi di Oslo, Israele detiene il controllo militare del 42% della Striscia, gran parte della quale è riservata a 6.000 coloni israeliani (il 5% della popolazione). Questo 42% include anche basi militari; tangenziali che “bypassano” il territorio palestinese, ad esclusivo uso israeliano, e che congiungono gli insediamenti ebrei con Israele; una zona cuscinetto lungo tutto il bordo; e “aree gialle” (aree popolate da palestinesi, ma sotto controllo militare israeliano).

 

·        Tre quarti della popolazione di Gaza sono rifugiati, espulsi da ciò che ora è Israele a partire della guerra del 1948, o i loro discendenti. Approssimativamente 400 mila di queste persone vivono in campi profughi delle Nazioni Unite. La popolazione palestinese nella Striscia di Gaza cresce rapidamente, ad un tasso di più del 4% l’anno, e metà della popolazione è sotto i quindici anni.

 

·        Gli insediamenti israeliani nella Striscia di Gaza sono illegali secondo il diritto umanitario internazionale.[1] Costruiti principalmente su terreno espropriato ai palestinesi, gli insediamenti distruggono la continuità territoriale delle aree palestinesi e sono usati per giustificare la presenza militare israeliana nei territori. Sono pesantemente fortificati e collegati ad Israele da tangenziali che sono off-limits per i palestinesi (le “bypass roads”). I coloni ebrei nella Striscia di Gaza non hanno alcun contatto con la popolazione palestinese.

 

·        Prima dello scoppio della seconda Intifada, l’Intifada “Al Aqsa”, iniziata dopo la visita di Ariel Sharon alla Spianata delle Moschee di Gerusalemme, l’economia di Gaza era valutata intorno al miliardo di dollari. Il settore dei servizi rappresenta la parte maggiore dell’economia, seguita dall’agricoltura. Secondo le Nazioni Unite, l’economia palestinese è diminuita del 50% durante l’ultimo quarto del 2000, principalmente a causa delle severe restrizioni sulla libertà di movimento imposte da Israele.[2] Circa 24 mila abitanti di Gaza, che lavoravano in Israele, sono ora inabilitati a raggiungere il loro lavoro a causa della chiusura dei bordi da parte di Israele.

  

  

 

 

2. Cosa significa “Occupazione”?

 

·        La Striscia di Gaza e la Cisgiordania (inclusa Gerusalemme Est) sono conosciute, secondo la lingua ufficiale delle Nazioni Unite, come i Territori Palestinesi Occupati (OPT), occupati da Israele nel 1967, e sono probabilmente l’occupazione militare più lunga della storia moderna. Riferirsi agli OPT esclusivamente come “Gaza e la Cisgiordania”, oscura il fatto che gli OPT sono sotto occupazione militare, cioè la loro principale caratteristica nel diritto internazionale.

 

·        Come civili che vivono sotto un’occupazione militare, i tre milioni di Palestinesi che vivono nei territori hanno diritto alla protezione legale della Quarta Convenzione di Ginevra per la Protezione dei Civili in Tempo di Guerra. La firma degli accordi di Oslo nel 1993, lo stabilirsi dell’Autorità Nazionale Palestinese, e l’annessione unilaterale di Gerusalemme Est da parte d’Israele, non hanno alcun effetto legale su questa protezione.[3] Tutto ciò è stato ripetutamente affermato dalle Nazioni Unite. Delle 189 nazioni che hanno firmato la Convenzione di Ginevra, solo Israele mette in discussione l’applicabilità della Convenzione nei territori occupati.[4]

 

·        La stessa occupazione è illegale. Dal 1967, numerose risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (le quali sono vincolanti sui membri dell’ONU), hanno richiesto il ritiro d’Israele dai territori. Per di più, la Commissione sui Diritti Umani dell’ONU, ha ripetutamente richiesto il ritiro israeliano, ed ha affermato che “l’occupazione militare israeliana costituisce di per se stessa una grave violazione dei diritti umani della popolazione palestinese”.[5]

 

·        Gli accordi di Oslo non hanno messo fine all’occupazione, né legalmente né in pratica. Secondo gli accordi, Israele mantiene il controllo militare sull’82% del territorio palestinese occupato. Israele mantiene il controllo su tutti i confini e regola tutti i movimenti tra Gaza e la Cisgiordania, così come all’interno di queste aree. La popolazione palestinese ed il suo territorio sono governati da leggi militari israeliane, e le corti marziali rimangono effettive e funzionanti per i palestinesi. Trecento dei prigionieri palestinesi arrestati prima degli accordi di Oslo del 1993 continuano a languire nelle prigioni israeliane. Inoltre, gli accordi di Oslo riconoscono formalmente il controllo israeliano sugli insediamenti nei territori occupati, sebbene tutti questi insediamenti siano illegali secondo il diritto umanitario internazionale. Nonostante il governo israeliano dichiari che “il 90% della popolazione palestinese vive sotto il governo dell’Autorità Nazionale Palestinese”, le azioni d’Israele hanno tuttora un impatto diretto su tutti gli aspetti della vita nei territori occupati.

 

·        L’Autorità Nazionale Palestinese non è uno stato. Non ha contiguità geografica né controllo sui suoi confini o sulla propria costa, rendendolo così interamente dipendente da Israele. Le aree controllate dall’ANP nei territori occupati, sono frammentate in dozzine d’isolati bantustan. Tutti i legami tra la Striscia di Gaza e la Cisgiordania e con il mondo esterno sono sotto controllo israeliano. Anche le tasse doganali, atte a finanziare l’ANP, sono prima raccolte dal governo di Israele, e vengono trattenute dall’inizio della seconda Intifada. Le funzioni governative di base, come il sistema giudiziario, l’esecutivo, ed il Consiglio Legislativo Palestinese, sono gravemente disturbate dalle restrizioni sul movimento imposte da Israele, le quali hanno anche strangolato l’economia palestinese.

 

  

 

3. Insediamenti ed Apartheid nei Territori Palestinesi Occupati

 

·        Dall’occupazione della Striscia di Gaza e della Cisgiordania (Gerusalemme Est inclusa), avvenuta nel 1967, Israele ha cercato di colonizzare i Territori Palestinesi Occupati attraverso una politica di costruzione di insediamenti sui terreni occupati. Gli insediamenti sono la pietra angolare di un sistema di de facto apartheid nei territori occupati, comprensivo di un sistema separato e diseguale di strade, leggi ed espropriazioni discriminatorie delle risorse naturali.

 

·        Terreno. Nella Striscia di Gaza abitano un milione e duecentomila palestinesi, ma il 42% del territorio, che rimane sotto controllo militare israeliano, è riservato ai 6.000 coloni israeliani, cioè il 5% della popolazione totale. In questo 42% sono inclusi aree non adibite agli insediamenti ma che rimangono sotto il controllo militare israeliano, come basi militari, tangenziali che aggirano il territorio palestinese, ed alcune zone rurali abitate da palestinesi. I coloni israeliani nella Striscia di Gaza hanno accesso a più terra pro capita (699 volte in più) dei residenti nei campi rifugiati.[6]

 

·        Acqua. Israele devia l’88% delle risorse acquifere dei territori a suo uso e consumo, o ad uso degli insediamenti.[7] Nella Striscia di Gaza Israele proibisce ai palestinesi di scavare nuovi pozzi per uso agricolo, mentre i coloni continuano a scavare pozzi a loro piacimento. Il risultato è che il consumo pro capita d’acqua per i coloni della Striscia di Gaza è di 1.000 metri cubici, contro i 172 palestinesi.[8] Nella Striscia di Gaza, il governo israeliano mette a disposizione dei coloni l’acqua ad un quarto del prezzo dell’acqua per i palestinesi, nonostante l’enorme differenza di redditi.[9]

 

·        Le leggi. Gli israeliani che commettono crimini nei territori palestinesi occupati, devono apparire nelle corti civili in Israele, anche se le leggi nazionali israeliane non dovrebbero essere applicabili al di fuori dei confini nazionali. Al contrario, i palestinesi provenienti dai territori occupati, che vengono arrestati dalle forze d’occupazione israeliane, devono affrontare la corte marziale, che non garantisce gli standard internazionali riguardanti il diritto ad un giusto processo, e, per di più, rischiano di essere torturati.[10] Inoltre le indagini e l’incriminazione di crimini commessi da coloni nei confronti dei palestinesi sono raramente equi, permettendo così la creazione di un clima di impunità tra i soldati israeliani, i coloni e la polizia. Tra il 9 dicembre 1987 e il primo aprile 2001, i coloni israeliani hanno ucciso 119 palestinesi nei territori occupati, ma ci sono state solo sei condanne per omicidio, ed una sentenza all’ergastolo.[11] I coloni godono della piena protezione e dei benefici dell’essere cittadini israeliani, ma vivono in una terra che è in stato di guerra e i cui abitanti sono in pratica SENZA uno STATO.

 

·        Libertà di movimento. Dopo gli accordi di Oslo, il governo israeliano ha costruito tangenziali (“bypass roads”), per collegare gli insediamenti ad Israele, disturbando in questo modo la contiguità delle aree palestinesi. Alle intersecazioni con le strade palestinesi, l’esercito israeliano ferma a volte il traffico palestinese per lasciar passare i guidatori israeliani. Inoltre, è vietata qualsiasi costruzione palestinese nella zona cuscinetto lungo queste tangenziali. Nella sola Cisgiordania esistono 340,8 Km di questo tipo di tangenziali che, insieme alle zone cuscinetto, coprono 51 Km quadrati. I coloni possono muoversi da e verso Israele con estrema facilità, mentre i palestinesi devono affrontare checkpoints semplicemente per visitare i villaggi vicini.

 

·        Tutti gli insediamenti israeliani nei territori palestinesi occupati sono illegali secondo la Quarta Convenzione di Ginevra.[12] Questo è stato ripetutamente affermato dalle Nazioni Unite e dai firmatari della Convenzione, ad eccezione d’Israele. Secondo il diritto umanitario internazionale, è illegale per una nazione occupante trasferire parti della propria popolazione civile all’interno del territorio che occupa. Inoltre, non è permesso introdurre alcun cambiamento permanente nel territorio occupato che non sia a beneficio della popolazione occupata.

 

·        Secondo le immagini offerte dal satellite, esistono 308 aree di costruzione israeliana nei territori occupati, escludendo le zone militari. Di queste 308 aree, almeno 26 si trovano nella Striscia di Gaza.[13] Circa 400 mila coloni vivono nei territori palestinesi, la metà dei quali all’interno o intorno a Gerusalemme est. La maggioranza dei coloni gode di generosi incentivi governativi, inclusi tagli nelle imposte, prestiti e sovvenzioni per il terreno e le costruzioni, sussidi per l’acqua e l’agricoltura, scuole pubbliche, e vengono favoriti nei lavori governativi. Ma nonostante il peso imposto sul budget dello stato israeliano dai coloni, esiste un surplus di almeno 4.000 case nei territori occupati.[14] Inoltre, il governo israeliano fornisce armi a molti dei coloni.

 

·        Tutti gli insediamenti sono in egual maniera illegali. Quelli costruiti nelle vicinanze di Gerusalemme est, cui spesso ci si riferisce come al “vicinato israeliano” di Gerusalemme, non sono meno illegali di altri insediamenti. L’annessione unilaterale di Gerusalemme est non è stata riconosciuta da alcun governo. Mentre il governo israeliano considera illegali gli insediamenti costruiti senza il suo permesso, in effetti, questa distinzione non ha alcun significato: tutti gli insediamenti sono illegali per la Quarta Convenzione di Ginevra.

 

·        Gli accordi di Oslo hanno legittimizzato gli insediamenti posticipando la loro definizione ai negoziati finali. Gli accordi di Oslo non richiedevano ad Israele di ritirarsi da alcun insediamento nei territori occupati. Anzi, Israele ha espanso i suoi insediamenti ad un ritmo mai verificatosi, incrementando il numero dei coloni del 72% da Settembre 1993 a Marzo 2001 (escludendo Gerusalemme est), con un picco di costruzioni sotto il Primo Ministro Ehud Barak. Almeno 25 nuovi insediamenti sono stati stabiliti dal governo israeliano nella Cisgiordania tra febbraio e ottobre 2001. Accettando implicitamente la legittimità degli insediamenti, gli accordi di Oslo violano la Quarta Convenzione di Ginevra, sulla quale non si può soprassedere sulla base di altri accordi.

  

 

 

Durante l’Intifada Al Aqsa, le forze d’occupazione israeliane ed i coloni hanno ucciso almeno 2072 palestinesi nei territori occupati. Questo numero non comprende i palestinesi uccisi durante un attacco a target israeliani.[15] La grande maggioranza di questi erano cittadini disarmati, mentre 403 (19%) erano giovani al di sotto dei 17 anni. Circa 22500 palestinesi sono stati feriti.[16]

Molte delle uccisioni rientrano in diverse categorie:

 

·        Manifestazioni e “scontri”. Nei primi mesi dell’Intifada Al Aqsa (29 settembre-31 dicembre 2000), le forze israeliane hanno ucciso approssimativamente 300 palestinesi, 70% di loro nel contesto di manifestazioni o scontri. Nella stragrande maggioranza dei casi, le manifestazioni sono pacifiche o comprendono il lancio di pietre, da grande distanza, verso i soldati israeliani appostati in torrette ben fortificate. I soldati israeliani spesso rispondono alle manifestazioni con un uso eccessivo della forza, inclusi proiettili normali, o proiettili di metallo ricoperti di gomma, anche senza una minaccia reale posta alle loro vite o alle vite di altri, e senza prima usare altri mezzi a loro disposizione. Nei pochi casi che involgono l’uso d’armi da parte palestinese, chi sparava era distante dai dimostranti e ha aperto il fuoco dopo che le truppe israeliane avevano sparato contro dimostranti disarmati.[17]

 

·        Invasioni. Dalla fine del 2001, l’esercito israeliano ha iniziato a lanciare raids in aree di giurisdizione dell’Autorità Nazionale Palestinese, incluse città e campi rifugiati densamente popolati. Nel 2002, le incursioni sono diventate un’occorrenza giornaliera. Durante i primi sei mesi del 2002, circa il 68% delle uccisioni sono avvenute durante le invasioni delle aree controllate dall’ANP. Carri armati, veicoli blindati e bulldozer, spesso coadiuvati da contraerea militare, invadono comunità, distruggendo tutte le resistenze. Le incursioni sono spesso accompagnate da spari indiscriminati e bombardamenti; arbitrari arresti di massa; distruzioni di case; uso di civili come scudi umani; attacchi a personale medico e giornalisti; distruzione o danneggiamento indiscriminati e casuali di edifici civili; negato accesso agli aiuti umanitari, ambulanze ed osservatori indipendenti; imposizione di coprifuochi.

 

·        Bombardamenti indiscriminati, spari, bombardamento aereo. Le comunità palestinesi, specialmente quelle situate vicino agli insediamenti israeliani o alle basi militari, sono frequentemente soggette a bombardamenti e spari indiscriminati nelle aree residenziali; in alcune comunità questo succede tutte le notti. Mitragliatrici e carri armati sparano nei villaggi palestinesi e nei campi rifugiati, mentre elicotteri Apache e F-16 bombardano gli edifici dell’ANP in aree civili. Quest’uso di forza è sproporzionato e spesso indiscriminato, e risulta in morti, danneggiamenti o distruzione di molte case.

 

·     Assassini. Usando elicotteri, unità segrete e trappole esplosive, le forze d’occupazione israeliane hanno ucciso più di cento palestinesi in operazioni destinate ad eliminare attivisti 240 palestinesi, inclusi leaders politici e militanti. Queste uccisioni costituiscono una forma di esecuzioni extra-giudiziarie. Hanno luogo senza alcuna prova, processo od oppurtunità d’appello. In quasi tutti i casi, l’arresto non è nemmeno tentato. Inoltre, Israele effettua le uccisioni in un modo che dimostra il completo disinteresse per i passanti; approssimativamente il 36% di coloro uccisi in questo tipo di operazioni erano passanti, bambini inclusi. Come categoria d’omicidi intenzionali, questo tipo d’uccisioni è considerato un crimine di guerra nel diritto umanitario internazionale. La politica di stato israeliana che appoggia questi assassini è stata universalmente condannata dalla comunità internazionale.

 

·        Altri omicidi intenzionali. Dozzine di palestinesi sono stati uccisi in circostanze di completa calma, mentre camminavano lungo la strada o aspettando di passare i checkpoints, senza episodi di violenza nei dintorni. Un certo numero di palestinesi è stato extra-giudizialmente giustiziato dopo essere stato arrestato o interdetto dalle forze israeliane. Questo tipo d’omicidi intenzionali rappresenta una grave violazione della Quarta Convenzione di Ginevra, e sono considerati di conseguenza crimini di guerra secondo il diritto umanitario internazionale.

 

·        Uccisioni da parte di coloni. A partire dal 1967, i coloni israeliani che vivono illegalmente nei territori palestinesi occupati, sono stati collegati a numerosi atti di violenza contro i palestinesi. Durante l’Intifada Al Aqsa, dozzine di palestinesi sono stati uccisi da coloni israeliani, e molti sono stati feriti o picchiati. Le autorità israeliane, che offrono generosi incentivi economici ai coloni, e armi automatiche per la loro “protezione”, hanno mancato di investigare adeguatamente su tali atti, e di punire i responsabili.

 

Sin dall’inizio dell’Intifada Al Aqsa, nelle centinaia di casi di palestinesi uccisi dalle forze d’occupazione israeliane o dai coloni, il governo israeliano non ha investigato o punito in maniera adeguata coloro responsabili per le uccisioni, e in nessuno di questi casi un risarcimento è stato pagato alle vittime o ai loro familiari. Questo ha contribuito a creare un clima d’impunità tra i soldati israeliani, i coloni e la polizia.

  

 

5. Assedi e chiusure dei territori

 

·        L’assedio e la chiusura dei territori palestinesi occupati, drammaticamente inasprita dalle forze di occupazione israeliane a partire da ottobre 2000, ha essenzialmente condannato tre milioni di palestinesi in una serie di prigioni collettive, di gran lunga più rigido di qualunque altro momento dal 1967 ai giorni nostri (anche peggiore rispetto alla prima Intifada). Israele ha imposto la chiusura dei confini internazionali, chiudendo la Striscia di Gaza e la Cisgiordania da Israele, dalle nazioni confinanti e da Gerusalemme est occupata. Inoltre, ha imposto l’assedio delle città palestinesi, dei villaggi e dei campi rifugiati, restringendo severamente la libertà di movimento all’interno dei territori palestinesi occupati.

Le truppe israeliane spesso impogono coprifuochi totali sulle comunità durante le incursioni nelle aree di giurisdizione dell’ANP o nel settore di Hebron controllato dagli israeliani, praticamente una forma d’arresti domiciliari collettivi.

 

·        In Cisgiordania checkpoints e blocchi stradali hanno isolato quasi ogni villaggio e campo rifugiati, creando almeno 64 frammenti isolati, mentre la Striscia di Gaza è stata divisa in almeno tre parti. La restrizione nei movimenti ha un impatto negativo su ogni aspetto della vita sociale ed economica, inclusi ogni tipo d’affari, scuole, ospedali ed istituzioni dell’ANP. E’ difficile visitare i propri parenti, specialmente i detenuti nelle prigioni israeliane, gli studenti non riescono ad andare a scuola (o vengono isolati dalle proprie case), l’accesso ai luoghi di culto è ridotto, i pescatori non riescono a vendere il proprio pescato. Inoltre, i palestinesi sono ricorrentemente soggetti a trattamenti umilianti o degradanti ai checkpoints, incluse minacce fatte con i fucili, assalti verbali, perquisizioni corporali invasive, e proibizioni arbitrarie al proprio movimento.

 

·        Gli assedi e le chiusure hanno un impatto economico devastante, soprattutto considerata la dipendenza dei territori occupati all’economia israeliana, dipendenza coltivata dai vari governi israeliani nel corso degli anni (il 95% di tutti le esportazioni palestinesi va ad Israele). I guadagni dei circa 120 mila palestinesi che lavoravano in Israele prima dell’Intifada Al Aqsa, e che costituivano il 25% delle entrate dell’economia palestinese, sono evaporati. Le restrizioni interne al movimento turbano gli affari, ed il livello di povertà e disoccupazione sono cresciuti a livelli drammatici (rispettivamente fino al 50% e al 39.8%). Durante l’ultimo quarto del 2000, l’economia palestinese si è ridotta del 50%, soprattutto a causa degli assedi e della chiusura dei territori.[18]

 

·        Gli assedi e le chiusure come forme di punizione collettiva, sono proibite dal diritto umanitario internazionale.[19]

 

·        Spesso, i soldati israeliani ai checkpoints impediscono o ritardano l’evacuazione dei feriti o dei malati verso gli ospedali, in violazione del diritto umanitario internazionale. Durante l’Intifada Al Aqsa, 43 palestinesi sono morti a causa del mancato accesso a cure mediche causato delle forze d’occupazione israeliane.[20] In molti casi, le morti sono occorse dopo che i soldati israeliani detenevano, per ore intere e a poca distanza dagli ospedali, persone in condizioni critiche ai checkpoints.

 

·        Dal 1967, i Territori Palestinesi Occupati sono finiti sotto vari tipi di chiusure. L’introduzione di un sistema di carte magnetiche, negli anni ’80, hanno segnalato un inasprimento drammatico delle chiusure interne ed internazionali. Un sistema complicato, e spesso arbitrario, di permessi si è sviluppato negli anni ‘90, rendendo il contatto e la cooperazione tra israeliani e palestinesi ancora più difficile durante il “processo di pace”.

 

 

L’area della Striscia di Gaza più seriamente colpita dalle chiusure è Al Mawasi, una zona agricola altamente fertile nella parte meridionale della costa, tra Khan Yunis e Rafah. Al Mawasi è la casa di ottomila persone, per la maggior parte agricoltori e pescatori, che vivono sotto un de facto sistema di apartheid, al limite estremo di un insediamento israeliano illegale. Il villaggio è completamente chiuso, ad eccezione di due checkpoints attraverso i quali solo i residenti dell’area hanno accesso.

Gli abitanti di Al Mawasi possono accedervi solo a piedi, durante le ore diurne, in piccoli gruppi, e spesso dopo aver sopportato un trattamento umiliante e degradante al checkpoint. Ambulanze e parenti degli abitanti della zona non possono entrare in Al Mawasi. All’interno, le ampie e ben tenute strade israeliane corrono parallele a sentieri riservati ai palestinesi, mentre cinte elettriche e pattuglie militari separano gli insediamenti israeliani dalle comunità palestinesi. La terra che apparteneva agli agricoltori locali palestinesi, è stata sequestrata per consentirne l’uso ai coloni, i quali attaccano occasionalmente e molestano i residenti palestinesi, o distruggono le loro serre e i loro campi.

Quattro checkpoints israeliani regolano i movimenti all’interno di Al Mawasi.

Da marzo 2002, l’esercito israeliano ha inasprito le misure per Al Mawasi, incluse regolari imposizioni di coprifuochi. Nel maggio 2002, sono state emesse carte d’identità magnetiche ai residenti, le quali sono richieste per l’entrata e l’uscita dall’area di Al Mawasi.

 

 

6. Crimini contro le abitazioni e l’agricoltura

 

Oltre alle gravi distruzioni in Jenin e Nablus durante l’offensiva militare israeliana nell’aprile 2002 in Cisgiordania, le forze d’occupazione israeliane hanno regolarmente distrutto proprietà palestinesi ovunque nei territori occupati, “ripulendo” le terre palestinesi, e spesso, in un secondo momento, appropriandosene a scopo militare o per gli insediamenti. Le estese, illegali ed ingiustificate distruzioni ed espropriazioni di proprietà, non giustificate da necessità militari, sono crimini di guerra secondo la IV Convenzione di Ginevra.[21]

 

·        Lo stato d’Israele spesso dichiara che i palestinesi usano abitazioni e terre come basi dalle quali attaccare avamposti militari israeliani e gli insediamenti. Ciò nonostante, la maggior parte delle demolizioni di proprietà nella Striscia di Gaza avvengono senza alcun processo giudiziario, inclusi la presentazione di prove, avvertimenti adeguati od opportunità di appello. In alcuni campi rifugiati, fasce intere di case sono state distrutte per la creazione di “zone cuscinetto” tra le posizioni militari israeliane e le aree palestinesi. L’esercito israeliano distrugge inoltre case di cosidetti terroristi o delle loro famiglie, anche se le punizioni collettive sono proibite dalla Convenzione di Ginevra.[22]

 

·        Le forze di occupazione israeliane hanno demolito almeno 947 unità abitative nella Striscia di Gaza durante l’Intifada Al Aqsa, rendendo migliaia di palestinesi senzatetto.[23] Spesso, le famiglie vengono svegliate nel mezzo della notte e trovano un bulldozer israeliano fuori dalla loro casa, e vengono loro concessi pochi minuti per raccogliere tutto ciò che possono prima che la demolizione abbia inizio. La distruzione di un’abitazione e del suo contenuto è uno schiacciante scossone economico per la maggior parte dei palestinesi, dalla quale riprendersi è praticamente impossibile.

 

·        Nel marzo 2002, la Corte Suprema israeliana ha scelto di legalizzare le demolizioni di abitazioni nei territori occupati invece di vietarle, ma, allo stesso tempo, ha deciso che l’esercito dia un’opportunità per appellarsi all’azione. Le forze d’occupazione israeliane hanno da allora demolito un numero di abitazioni senza alcun preavviso, e ciò avviene in violazione del decreto legge della Corte Suprema.

 

·        Le demolizioni di abitazioni avvengono anche in Gerusalemme est. Queste demolizioni sono spesso giustificate dal pretesto che queste case sono state costruite senza permesso, anche se, regolamenti discriminatori rendono impossibile ai palestinesi ottenere un permesso per la costruzione di abitazioni.

 

·        Durante l’Intifada Al Aqsa, le forze d’occupazione israeliane hanno inoltre distrutto circa 17500 donums[24] di terra nella Striscia di Gaza (cioè circa il 9% dell’area arabile totale), gran parte della quale a scopo agricolo, mutilando i mezzi di sussistenza di migliaia di agricoltori. Queste distruzioni comprendono la distruzione di serre, pozzi, sistemi di irrigazione, magazzini ed alberi. Anche se le ostilità dovessero interrompersi immediamente, ci vorrebbero anni per ripristinare questa terra ad uso agricolo.

 

 

 

7. Prigionieri e tortura

 

Dal 1967, le corti militari israeliane e migliaia di leggi marziali governano la popolazione civile nei territori occupati (incluse le aree controllate dall’Autorità Nazionale Palestinese). Tra il 1967 e il 1998, approssimativamente seicentomila palestinesi erano detenuti in prigioni israeliane per periodi che variavano da una settimana alla condanna a vita.[25] Il trasferimento di palestinesi dai territori occupati nelle prigioni all’interno di Israele è considerato un crimine di guerra secondo il diritto umanitario internazionale.[26]

 

·        Fino a febbraio 2002, durante l’invasione delle comunità palestinesi, l’esercito israeliano ha costantemente portato avanti una politica d’arresti di massa avvenuti senza accuse, spesso arrestando indiscriminatamente tutti gli uomini dai 15 ai 45 anni. A molti di questi viene negato un riparo decente, cibo e acqua durante gli interrogatori, e prima di essere o liberati o trasferiti in una prigione.

 

·        La tortura rimane d’uso comune contro i palestinesi arrestati dall’esercito israeliano durante le fasi dell’interrogatorio, nonostante la decisione della Corte Suprema Israeliana del 6 settembre 1999 di bandire alcuni metodi d’interrogatorio. Le pratiche usate dall’esercito comprendono: percosse, l’essere scrollato violentemente, puntare una fonte di calore bruciante negli occhi e sul viso a poca distanza, la deprivazione del sonno, il confinamento solitario,  un ammanettamento doloroso, e il forzare i prigionieri a mantenere una posizione straziante per lunghi periodi di tempo. Le tecniche di tortura sono spesso designate per infliggere il massimo dolore cercando di non lasciare segni sul corpo. La Commissione contro la Tortura delle Nazioni Unite ha ricordato al governo israeliano, nel novembre 2001, che non esistono giustificazioni per la tortura, sotto alcuna circostanza. Per la IV Convenzione di Ginevra, la tortura è un crimine di guerra.[27]

 

·        Nel settembre 1999, la Corte Suprema israeliana ha deciso che il governo può legalizzare l’uso della tortura, se così decidesse.[28] Il Procuratore Generale israeliano ha inoltre affermato che egli stesso si sarebbe riservato il diritto di non proseguire penalmente gli investigatori che fanno uso di “pressione fisica”.

 

·        Le condizioni delle prigioni per i palestinesi spesso non rispettano gli standard minimi di base. I prigionieri palestinesi vengono tenuti in celle sovraffollate, spesso esposti a temperature estreme, cibo inadeguato e poca igiene. L’accesso alle cure mediche è spesso insoddisfacente. I minori palestinesi sono spesso confinati con criminali israeliani, quindi esposti ad una minaccia fisica e psicologica.

 

·        A partire dal 1995, Israele ha proibito agli avvocati palestinesi provenienti dai territori occupati di praticare nelle corti israeliane. In più, a causa della politica israeliana di chiusura dei territori, gli avvocati dei territori non riescono a visitare i loro clienti detenuti in Israele, e le visite familiari sono rese praticamente impossibili, nonostante gli sforzi della Commissione Internazionale della Croce Rossa (ICRC).

 

·        Le corti marziali israeliane sono state spesso criticate dalle organizzazioni per i diritti umani per non aver rispettato gli standard minimi per un giusto processo. L’accesso alla rappresentazione legale è spesso severamente limitata e le prove estratte con l’uso della tortura rimangono ammissibili.

 

·        Gli ufficiali militari israeliani possono emettere ordini di “detenzione amministrativa”, che permettono di detenere palestinesi senza alcuna accusa o processo per la durata di sei mesi. La detenzione amministrativa è rinnovabile per un numero illimitato di volte. Circa 500 palestinesi arrestati durante le incursioni israeliane nei territori a partire da marzo 2002, sono stati posti in detenzione amministrativa.

 

  

8. Violazioni del diritto al ricevimento di cure mediche

 

Garantire la protezione e la neutralità del personale medico è una delle funzioni più importanti del diritto umanitario internazionale.[29] L’esercito israeliano ha sistematicamente violato il diritto dei civili palestinesi che vivono nei territori occupati a ricevere cure mediche in numerosi modi:

 

·        Attacchi al personale medico d’emergenza. L’esercito israeliano ha ucciso almeno 15 persone appartenenti a personale medico durante l’Intifada Al Aqsa, e ne ha ferite 206.[30] Secondo la Palestine Red Crescent Society (la Croce Rossa palestinese), dieci delle sue ambulanze sono state distrutte, e l’80% delle sue ambulanze sono state danneggiate. Anche i paramedici palestinesi sono stati arrestati, picchiati, ed utilizzati come scudi umani in numerose occasioni. Un certo numero di palestinesi feriti sono morti dopo che l’esercito israeliano si è rifiutato di permettere l’accesso del personale medico per salvarli.

 

·        Attacchi agli ospedali e alle infrastrutture. Durante gli attacchi alle città palestinesi, l’esercito israeliano ha bombardato e raso al suolo ospedali e cliniche, in Ramallah, Betlemme, Hebron e Al Bireh, ostacolando le cure mediche per i loro pazienti. In questi attacchi sono inclusi: distruzione di equipaggiamento medico; percosse, detenzione e attacchi fisici e verbali al personale medico; utilizzo del personale medico come scudi umani; chiusura forzata degli ospedali; conversione di ospedali in avamposti militari. Inoltre, gli attacchi israeliani sulle infrastrutture e le industrie palestinesi hanno severamente colpito il settore medico. Sin dagli inizi del 2002, l’esercito israeliano ha impedito la continuazione dei lavori all’interno della fabbrica Al Ghussain, l’unica fabbrica che si occupava della produzione e della vendita d’ossigeno nella Striscia di Gaza.

 

·        I checkpoints. Almeno 43 palestinesi sono deceduti, durante l’Intifada Al Aqsa, a causa dei blocchi ai checkpoints. Molte volte questo è successo nonostante la breve distanza dall’ospedale. In più di una dozzina di casi, puerpere hanno dovuto dare alla luce i propri figli ai checkpoints, causando la morte di cinque neonati. Ai checkpoints, costruiti attorno a quasi tutte le città, i villaggi o campi rifugiati in Cisgiordania, l’esercito israeliano spesso ferma, ritarda o blocca il passaggio delle ambulanze o a pazienti urgenti.

 

·        “Zone militari chiuse”. L’esercito israeliano mentre attacca le aree palestinesi le chiude a turno per ore intere, giorni o settimane, negando l’accesso agli operatori medici, agli aiuti umanitari, agli osservatori indipendenti. Dichiarare queste aree “zone militari chiuse”, ha causato numerose morti che avrebbero potuto essere evitate con il tempestivo intervento degli operatori medici.

 

 

 

9. Diritti umani e l’Autorità Nazionale Palestinese

 

L’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) è un’entità autonoma creata dagli Accordi di Oslo, la quale amministra una parte dei Territori Palestinesi Occupati (OPT).[31] Nonostante l’ANP controlli la sicurezza del 18% dei territori occupati, e detenga il controllo civile del 41% dei territori, la sua stessa esistenza non cambia lo status legale di Gaza e della Cisgiordania (inclusa Gerusalemme est) di territori occupati. Soprattutto considerate le continue incursioni israeliane nei territori palestinesi, che influenzano le politiche dell’ANP e hanno un impatto diretto in tutti gli aspetti della vita nei territori occupati. Il record dei diritti umani dell’ANP non si conforma con gli standard internazionali in molte aree:

 

·        Arresti illegali. Sin dalla sua creazione, nel 1993, l’ANP ha effettuato degli arresti per motivi politici, sotto la pressione israeliana o americana, spesso senza un capo d’accusa ed in violazione degli standard internazionali sui diritti umani. Inoltre, la polizia palestinese non ha implementato molte delle leggi emesse dalle corti di giustizia palestinesi per la liberazione di persone detenute illegalmente. L’ANP ha liberato quasi tutti i prigionieri all’inizio dell’Intifada Al Aqsa, temendo che le prigioni venissero bombardate dalla contraerea israeliana. Nell’autunno del 2001, invece, l’ANP ha ripreso le sue pratiche di arresti illegali senza prove o processi giudiziari.

 

·        Tortura e maltrattamenti. Durante il 2001, almeno quattro palestinesi sono deceduti in circostanze sospette durante la detenzione in centri dell’Autorità Palestinese; chiara indicazione che la tortura è uno strumento che continua ad essere utilizzato.

 

·        Corti per la sicurezza dello Stato. L’Autorità Palestinese ha creato delle corti speciali per la sicurezza dello Stato per scavalcare il normale sistema giudiziario, violando in questo modo gli standard della trasparenza e del dovuto processo. I processi sono spesso sommari e avvengono di fronte a giudici militari con il team della difesa sono nominati dalla stessa corte. Le sentenze vengono eseguite senza la possibilità di appello.

 

·        Pena di morte. L’Autorità Palestinese ha raramente emesso sentenze di morte, ma soprattutto nei casi in cui l’imputato era accusato di collaborazionismo con le forze d’occupazione israeliane. PCHR è assolutamente contrario alla pena di morte.

 

·        Collaboratori. Coloro soggetti a tortura, a processi non equi e a pene di morte sono spesso quelli accusati di collaborazionismo con le forze d’occupazione israeliane. La situazione ulteriormente complicata dagli Accordi di Oslo, che garantiscono piena impunità ad ogni palestinese che “ha mantenuto contatti con le autorità israeliane”. PCHR sostiene le indagini, il processo e le pene per i collaboratori, ma afferma che tali processi debbano conformarsi con gli standard internazionali sui diritti umani.

 

·        Istituzioni democratiche. Prima dell’Intifada Al Aqsa, il braccio esecutivo dell’ANP ha regolarmente cercato di minare il lavoro del Consiglio Legislativo Palestinese (PLC), non ratificando decreti legge passati dal Consiglio Legislativo, ignorando le richieste o gli ordini del PLC, ed evitando di consultarlo in maniera adeguata. Il Consiglio Legislativo Palestinese non è stato in grado di riunirsi durante l’Intifada Al Aqsa, a causa della chiusura dei territori imposta dalle autorità israeliane.

 

 

 

 

10. Diritto umanitario internazionale: l’unica via possibile

 

Il processo di pace di Oslo ha peccato di tre severe, e ad esso strettamente correlate, imperfezioni. Primo, i negoziati sono stati intrapresi tra due parti ineguali, senza un meccanismo che potesse mediare lo squilibrio dei loro poteri. Secondo, il processo ha posto le convenienze politiche di fronte al rispetto di base dei diritti umani e alle protezioni garantite dal diritto umanitario internazionale. Terzo, gli Accordi di Oslo hanno implicitamente legittimizzato gli insediamenti israeliani nei territori palestinesi occupati, anche se questi sono proibiti dal diritto umanitario internazionale.

Questo ha permesso ad Israele, la parte più forte dei negoziati, di evadere i suoi obblighi mentre continuava ad espandere gli insediamenti illegali e a violare i diritti umani in completa impunità. Invece di porre fine all’occupazione e di ritirare l’esercito israeliano e i coloni dai Territori Palestinesi Occupati, Oslo ha riconfezionato l’occupazione in una forma di apartheid e strangolamento economico. L’elemento centrale della filosofia del PCHR è che una pace equa e duratura è possibile solo se costruita sul rispetto dei diritti umani e del diritto umanitario internazionale.

 

·              La IV Convenzione di Ginevra del 1949 è il fondamento del diritto umanitario internazionale, il quale assicura una protezione minima ai civili durante le guerre o le occupazioni militari. La Convenzione proibisce, tra le altre cose, la costruzione di insediamenti su un territorio occupato (articolo 49), l’annessione unilaterale di un territorio (articolo 47), l’omicidio intenzionale di civili (articoli 146-147), le pene collettive (articolo 33), la tortura (articoli 31-32, 146-147), e la distruzione di proprietà senza valide ragioni militari (articoli 53, 146-147). La Convenzione richiede la responsabilità giuridica per coloro che commettono crimini di guerra (definiti come “gravi violazioni”, ed elencati nell’articolo 147). La Convenzione tiene pienamente in conto le necessità militari ma non può essere violata per “ragioni di sicurezza”.

 

·                 Secondo la Convenzione, la firma di altri accordi non può influire negativamente sulle protezioni accordate dalla Convenzione alla popolazione civile (articoli 7 e 47). Durante il processo di pace di Oslo, le violazioni israeliane alla Convenzione sono continuate. Queste hanno compreso: l’espansione degli insediamenti, l’uccisione di civili disarmati, l’uso della tortura e di pene collettive (come le chiusure dei territori). Inoltre, il governo israeliano ha trasferito duemila prigionieri palestinesi dalle carceri dei territori occupati in Israele, subito dopo la firma degli accordi, un’ulteriore violazione della Convenzione di Ginevra. Queste violazioni, specialmente l’espansione degli insediamenti, sono stati fattori chiave nel minare il processo di pace e nella creazione delle condizioni per il ritorno alla violenza nel 2000. Da settembre 2000, le violazioni israeliane alla Convenzione hanno ricevuto un’escalation senza precedenti.

 

·                Israele è uno dei 189 stati firmatari della Convenzione (“Le Alte Parti contraenti”) e ne è legalmente vincolato. Ma il governo israeliano rifiuta di applicare la Convenzione nei Territori Palestinesi Occupati, nonostante la Convenzione sia  applicabile nei territori occupati dal 1967, inclusa Gerusalemme est. Non solo Israele è legalmente vincolato al rispetto della Convenzione, ma tutte le Alte Parti contraenti sono obbligate, per l’articolo 1, a “rispettare e a far rispettare la [presente] Convenzione in ogni circostanza”.

 

·               La comunità internazionale non si è attenuta all’obbligo, dettato dall’articolo 1, di far rispettare la Convenzione ad Israele. Nel luglio 1999, la conferenza delle Alte Parti contraenti, richiesta dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, si è riunita per discutere in che modo poter imporre ad Israele il rispetto della Convenzione. La conferenza si è aggiornata solo dopo quindici minuti per “dare una chance alla pace”. L’espansione senza precedenti degli insediamenti è continuata sotto il governo Barak, seguita da una sospensione dei negoziati di pace e da un ritorno alla violenza. In dicembre 2001, dopo quattordici mesi di crescenti attacchi da parte israeliana ai civili palestinesi, un simile meeting si è aggiornato senza prendere alcuna misura per l’imposizione ad Israele del rispetto alla Convenzione. Gli Stati Uniti ed Israele hanno boicottato entrambe le conferenze, mentre gli altri stati non hanno fatto altro che riaffermare l’applicabilità della Convenzione nei Territori Palestinesi Occupati. Gli Stati Uniti ed Israele si sono costantemente opposti a qualunque tentativo di spiegare missioni di pace o di monitoraggio internazionale, utilizzando, gli Stati Uniti, il proprio diritto di veto in numerose occasioni. Il mancato rispetto della IV Convenzione di Ginevra da parte d’Israele, ha permesso al governo israeliano di agire costantemente al di sopra delle leggi.

 

·             Per gli obblighi dettati dall’articolo 1, e dato il costante rifiuto israeliano all’applicazione della Convenzione fin dal 1967, gli stati devono agire immediatamente per assicurarsi che Israele applichi pienamente il diritto umanitario internazionale nei territori palestinesi. Le Parti contraenti dovrebbero pressare gli altri stati ad agire nello stesso modo. Quest’azione dovrebbe includere sanzioni come: la proibizione del trasferimento di armi ed equipaggiamento militare, la fine degli aiuti economici, la sospensione degli accordi firmati, un embargo commerciale (specialmente facendo rispettare le leggi già esistenti che bandiscono le importazioni dei prodotti degli insediamenti israeliani nei territori occupati), la riduzione o la rottura totale delle relazioni diplomatiche, e il biasimo per le politiche israeliane nei forum internazionali.

 

·          L’occupazione israeliana ed il sistema degli insediamenti nei territori palestinesi occupati, è una forma di de facto apartheid, cioè la causa maggiore dell’instabilità nella regione. Siccome molte di queste politiche violano gli esistenti obblighi internazionali del governo israeliano per la IV Convenzione di Ginevra, è chiaro che il rispetto del diritto umanitario internazionale rappresenta un modo chiaro, coerente, ed effettivo per risolvere la questione israelo-palestinese. Imponendo ad Israele lo smantellamento degli insediamenti, l’astensione dagli attacchi ai civili, la fine delle politiche delle punizioni collettive, e l’assicurazione della responsabilità giuridica per i sospetti criminali di guerra, la comunità internazionale può creare le condizioni stabili in cui i palestinesi e gli israeliani possano risolvere notevoli questioni politiche e concludere una pace giusta, duratura e completa.

 

 


 

[1] “La potenza occupante non potrà procedere alla deportazione o al trasferimento di una parte della sua propria popolazione civile nel territorio da essa occupato”. Articolo 49, paragrafo 6, della IV Convenzione di Ginevra per la Protezione delle Persone Civili in Tempo di Guerra (1949).

[2] Vedere i reports disponibili su www.unsco.org

[3] “Le persone protette che si trovano in un territorio occupato non saranno private, in nessun caso e in nessun modo, del beneficio della presente [Quarta] Convenzione [di Ginevra], né in virtù di un cambiamento qualsiasi apportato in seguito all’occupazione delle istituzioni o al governo del territorio di cui si tratta, né in virtù di un accordo conchiuso tra le autorità del territorio occupato e la Potenza occupante, né, infine, in seguito all’annessione, da parte di quest’ultima, di tutto il territorio occupato o parte di esso.” Articolo 47 della IV Convenzione di Ginevra per la Protezione delle Persone Civili in Tempo di Guerra, (1949).

[4] Nonostante il fatto che Israele sia uno dei 189 firmatari della IV Convenzione di Ginevra.

[5] Documento E/CN.4/RES/S-5/1, 19 ottobre 2000, paragrafo 4.

[6] Sara Roy, “The Gaza Strip: The Political Economy of De-Development”, 1995, p.178

[7] Palestinian Idrology Group, http://www.phg.org/report_02.html

[8] Ibrahim Mater, “Jewish Settlements, Palestinian Rights, and Peace – Information Paper Number 4”, Centre for Policy Analysis on Palestine, January 1996, p. 12

[9] Jeffrey Dillman, “Water Rights in the Occupied Territories”, Journal of Plaestine Studies, Autunno 1989, p.55

[10] Negli accordi di Oslo, l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) non ha giurisdizione sui coloni israeliani, anche se tutti gli insediamenti nei territori palestinesi occupati sono illegali secondo il diritto umanitario internazionale.

[11] B’Tselem, “Summary of investigations and trials in cases where Palestinians were killed by Israeli civilians”, http://wwwbtselem.org/english//Israeli_Civilians/Trials_Of_Is.asp

[12] “La potenza occupante non potrà procedere alla deportazione o al trasferimento di una parte della sua propria popolazione civile nel territorio da essa occupato”. Articolo 49, paragrafo 6, della IV Convenzione di Ginevra per la Protezione delle Persone Civili in Tempo di Guerra (1949).

[13] Geografic Information System, Applied Research Institute Jerusalem

[14] “Fact Sheet: West Bank & Gaza Strip Settlements”, Americans for Peace Now, www.peacenow.org

[15] Il numero copre dal 28 settembre 2000 al 10/05/2003; include anche cittadini stranieri.

[16] Palestine Red Crescent Society, maggio 2003, www.palestinercs.org

[17] Vedere, tra l’altro, “Illusions of Restraint”, B’Tselem, dicembre 2000, www.btselem.org

[18] Per uno studio comprensivo dell’impatto delle chiusure sull’economia palestinese, riferirsi ai reports dell’UNSCO (Ufficio del Coordinatore Speciale per le Nazioni Unite), www.unsco.org.

[19] “Nessuna persona protetta potrà essere punita per un’offesa non personalmente commessa”, Articolo 33, IV Convenzione di Ginevra.

[20] Numero considerato tra il 28 settembre 2000 e il 2 giugno 2002

[21] Articolo 147. Inoltre: “È vietato alla potenza occupante di distruggere beni mobili o immobili appartenenti individualmente o collettivamente a persone private, allo Stato o a enti pubblici, a organizzazioni sociali o a cooperative, salvo nel caso in cui tali distruzioni fossero rese assolutamente necessarie dalle operazioni militari.” Articolo 53, IV Convenzione di Ginevra.

[22] “Nessuna persona protetta può essere punita per un’infrazione che non ha commesso personalmente. Le pene collettive, come pure qualsiasi misura d’intimidazione o di terrorismo, sono vietate. […] Sono proibite le misure di rappresaglia nei confronti delle persone protette e dei loro beni”. Articolo 33, IV Convenzione di Ginevra

[23] Le statistiche in questo documento ricoprono il periodo dal 28 settembre 2000 al 31 marzo 2002, ed escludono le abitazioni parzialmente demolite o abitazioni danneggiate o distrutte da bombardamenti aerei.

[24] Un donum di terra corrisponde a mille metri quadri.

[25] Palestine Times, No. 83, Maggio 1998

[26] “Le infrazioni gravi indicate nell’articolo precedente sono quelle che implicano l’uno o l’altro dei seguenti atti, se commessi contro persone o beni protetti dalla Convenzione: omicidio intenzionale, tortura o trattamenti inumani, compresi gli esperimenti biologici, il fatto di cagionare intenzionalmente grandi sofferenze o di danneggiare gravemente l’integrità corporale o la salute, la deportazione o il trasferimento illegali, la detenzione illegale, il fatto di costringere una persona protetta a prestar servizio nelle forze armate della Potenza nemica, o quello di privarla del suo diritto di essere giudicata regolarmente e imparzialmente secondo le prescrizioni della presente Convenzione, la cattura di ostaggi, la distruzione e l’appropriazione di beni non giustificate da necessità militari e compiute in grande proporzione facendo capo a mezzi illeciti e arbitrari.” Articolo 147 della IV Convenzione di Ginevra.

“Le persone protette imputate saranno detenute nel paese occupato e, se sono condannate, dovranno scontarvi la loro pena”. Articolo 76

[27] Articolo 147 della IV Convenzione di Ginevra.

[28] “Se lo Stato decide di permettere […] che gli investigatori possano utilizzare metodi fisici durante gli interrogatori, deve cercare di iniziare un processo di legge a questo scopo.” Paragrafo 37 della decisione della Corte Suprema Israeliana, 6 settembre 1999.

[29] La IV Convenzione di Ginevra, di cui Israele è firmatario, offre molte PROVISIONS per assicurare la protezione e la neutralità degli operatori e delle FACILITIES medici. L’articolo 18 della Convenzione afferma: “Gli ospedali civili organizzati per prestare cure ai feriti, ai malati, agli infermi e alle puerpere non potranno, in nessuna circostanza, essere fatti segno ad attacchi; essi saranno, in qualsiasi tempo, rispettati e protetti dalle Parti belligeranti.” Inoltre, l’articolo 20 dichiara: “Il personale regolarmente ed unicamente adibito al funzionamento o all’amministrazione degli ospedali civili, compreso quello incaricato della ricerca, della raccolta, del trasporto e della cura dei feriti e malati civili, degli infermi e delle puerpere, sarà rispettato e protetto.”

[30] Dati del PCHR; della Palestine Red Crescent Society (www.palestinercs.org); del Palestine Monitor (www.palestinemonitor.org).

[31] L’ANP è diversa dall’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina), quest’ultima considerata rappresentativa di tutto il popolo palestinese nel mondo. Arafat è leader di entrambe.